Apr
04
2017

L’altopiano di Mondeval

Arriviamo allo scavo dell’Università di Ferrara presso malga Staulanza (1686 metri). Gli archeologi hanno tolto il primo strato superficiale di zolla. “I reperti”, spiegano “esclusi fatti eccezionali che possono aver rimescolato il terreno, come gli incendi, non si nascondono molto in profondità, i sedimenti in montagna non sono molto spessi. Si può dire in un certo senso che noi stiamo camminando sulla stessa terra dei nostri antenati“.

E così, il giorno seguente, mentre risalgo con un ultimo sforzo forcella Ambrizzola (2277 metri) e sotto di me vedo l’immensa distesa di verde di Mondeval ripenso a queste parole. Guardo l’altopiano che in un tempo lontanissimo ospitava i cacciatori del Mesolitico e sento proprio la loro assenza.

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Come se avessero appena fatto fagotto per spostarsi nella stagione fredda più a sud, lasciando questi paesaggi immoti dietro di loro. Sembra che, una volta raggiunta una certa altitudine, si spostassero in quota, senza mai scendere verso valle, per conservare al meglio le energie.

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Si muovevano di paesaggio in paesaggio, dove dei bei spazi piani consentivano l’istallazione di un accampamento. Da Staulanza a Mondeval: loro lo facevano per sopravvivere, io ogni tanto lo farei anche solo per non incontrare le persone che mi stanno antipatiche…

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Oh, io vado, io calpesto! Calpesto la terra dei miei avi e devo dire che, essendone consapevole è davvero emozionante. Regala a questo posto che è già uno dei più belli delle Dolomiti, una marcia in più.

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Raggiungo il sito dell’uomo che trent’anni fa divenne la star del luogo, l’uomo di Mondeval, la sepoltura mesolitica più alta d’Europa (2158 metri). Molti me l’hanno descritta come spoglia, invece io la vedo piena di significato. Ora che so la storia degli abitanti di queste lande, mi chiedo un sacco di cose: quanti erano? Di notte si soffermavano a guardare le incredibili stelle che si vedono da quassù?

Su quella roccia si appoggiavano quando erano stanchi? Rimanevano anche loro incantati dal Pelmo specchiato perfettamente nel lago de le Baste? Avevano scoperto anche loro la Città di pietra? Esisteva già?

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Sono ancora abbastanza ignorante, e comunque anche se tanto è stato scoperto, tanto rimane ancora incerto. Lo scavo si trova nei pressi di un masso, accanto a una piccola casera di pastori. Per agevolare i lavori degli archeologi l’erba attorno è stata tagliata e curata, così da lontano l’area sembra avvolta da un’aura particolare, l’erba è più fresca e spicca il suo verde acceso.

Sicuramente avranno percepito la pace trasmessa da questo regno, ora abitato solo dalle marmotte. Non mi è difficile pensare di vivere qui, è accogliente e ospitale, forse un richiamo sconosciuto e ancestrale mi vuol far capire che sono a casa! Chi lo sa!

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Al ritorno, passo per il lago Fedèra (2046 metri), circa un’oretta da forcella Ambrizzola, un portale che dà accesso a una moltitudine di dimensioni della bellezza dolomitica. Mi rendo conto di quanto il sistema 1 (Monte Pelmo Croda da Lago) sia un mondo a parte, conservato nella sua interezza, un mondo che l’umanità ha ereditato, dalla natura e dagli antichi.

croda-da-lago

Sto camminando non solo su prati di conchiglie, ma anche su piste di cacciatori, fondamenta di capanne e focolari spenti. Un mondo raccontato dalle storie delle sue Ere, di infinita vastità e spazio.

Emily Dickinson ha scritto:

Ha una sua solitudine lo spazio,
Solitudine il mare
E solitudine la morte – eppure
Tutte queste son folla
In confronto a quel punto più profondo,
Segretezza polare,
Che è un’anima al cospetto di se stessa:
Infinità finita.

 

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