Set
10
2015

blogger dell’Ottocento

Tyger, Tyger, burning bright,
In the forests of the night:
What immortal hand or eye
Could frame thy fearful symmetry?

William Blake si chiedeva come la natura avesse potuto creare la tigre, un animale tanto bello quanto feroce. E’ il concetto del sublime, caro ai Romantici, dipinto in tutte le sue varianti affascinati e misteriose, dai pittori del diciannovesimo secolo (come il “Viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friedrich, 1819).

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Sublime e terribile era la montagna nelle menti appassionate e visionarie di alcuni suoi visitatori dell’Ottocento. Un luogo impervio, insondabile, e allo stesso tempo di inimmaginabile bellezza.

Nel 1872, Amelia Edwards intraprende un viaggio verso cime inviolate e valli sconosciute. Così intitolerà i suoi racconti, accurati e dettagliatissimi, riguardanti l’avventura vissuta dalla scrittrice londinese sulle Dolomiti. Una sorta di Grand Tour delle bellezze non più artistiche (o almeno, non solo), ma naturali del Bel Paese.

Mi sembra di vederla, questa signora che si rivolge ai valligiani con accento inglese, destando la curiosità di tutti, esplorare un territorio ancora incontaminato, celato da nebbie esalate dalle viscere della terra:

Masse di nebbia si muovono attorno alle potenti torri, senza lasciarle mai completamente scoperte, neppure per un breve istante; così appannate esse appaiono ancor più maestose e piene di mistero.

Le Dolomiti sublimi, quindi, luogo di grande stupore e paura. La meraviglia accompagna la viaggiatrice, seguita soltanto dalla sua amica L. Così descrive la Civetta vista dalla Val di Zoldo:

Dire che la Civetta è irriconoscibile dalla Val di Zoldo è dire ben poco. Questa montagna è stranamente dissimile da se stessa (…) la Civetta appare qui selvaggia, tormentata e irregolare come fosse stata un tempo scagliata verso il cielo. (…) Da questa parte (vediamo) una successione di enormi precipizi separati da gole desolate dove nascono i torrenti e le nebbie.

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Foto Raffaele Russo

Una montagna impervia, inospitale, non soltanto per le sue “esili rocce a picco”, ma anche per la scarsa preparazione all’accoglienza, di un popolo ancora avvolto nella povertà. Nonostante l’immagine cupa offertaci dalla Edwards nel suo libro, traspare il fascino straordinario di queste montagne e dei suoi abitanti, per lo più artisti e detentori di grandi tesori, come il dipinto custodito nella chiesa di Sant’Anna a Zoppé di Cadore, originale del maestro Tiziano Vecellio. E, ancora, arditi parallelismi e descrizioni oniriche delle montagne della Val di Zoldo, diventate simbolo della perfezione della natura, della bellezza assoluta:

Guardandole da questa prospettiva (le guglie della Civetta), non posso che paragonarle, anche se disordinate e confuse, alle guglie squisitamente scolpite del Duomo di Milano.

Paragone che oggi ci ricorda anche qualcun’altro, non è vero?

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 Amelia Edwards la immagino un po’ come una mountain blogger dell’Ottocento, una narratrice romantica di un mondo ancora tutto da scoprire.

Per saperne di più: Amelia B. Edwards, “Cime inviolate e valli sconosciute”, Cortina d’Ampezzo, Nuovi Sentieri Editore 2002.

Immagine del duomo di Milano: “Vita e colori Dino Buzzati”, Comunità Montana Agordina, a cura di Rolly Marchi, 1986.

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